Il folle sogno di Edipo:

sottomettere il mondo alla nostra ragione

di Augusto Romano

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(15.01.2005) TuttoLibri - numero 1446 - Pagina 7

CERTAMENTE non sbagliava C. Lévi Strauss quando osservava che Freud, piuttosto che interpretare il mito di Edipo, ne aveva in realtà scritto un nuovo capitolo. Se è vero che i miti raccontano noi a noi stessi, certamente quello di Edipo è tra i più evocativi, giacché possiede la capacità di espandersi in tutte le direzioni partendo da un nucleo narrativo apparentemente semplice. La sua esemplarità sta nella sua inesauribilità, nella sua naturale disponibilità a sollecitare nuove immagini e riflessioni, a tracciare nuovi percorsi interiori. La sua struttura sembra essere quella del disvelamento, tanto che scherzosamente la tragedia di Sofocle è stata definita un precursore del romanzo poliziesco. In verità, si tratta di un disvelarsi mai definitivo, mai pienamente soddisfatto di sé: un disvelarsi che non rinnega l'enigma cui dovrebbe dare soluzione, e così mostra la natura essenzialmente ambigua e irriducibile della nostra esperienza. Il mondo di oggi, malato di false certezze, può trovare nel mito di Edipo una puntuale confutazione. Non è tanto la fantasia freudiana sull'Edipo (tra l'altro, scarsamente fondata sugli elementi del mito) a commuoverci, quanto piuttosto la riflessione che esso ha sollecitato nel mitologo e grecista J.P. Vernant, cui si deve l'aver attuato l'attenzione sul fatto che, primariamente, la tragedia di Edipo è la tragedia dell'orgoglio, della ubris, e della inconsapevolezza. Edipo è chiaroveggente, è decifratore di enigmi, ignora la parte di ombra che rappresenta il sinistro riflesso della sua gloria, e perciò non sa di essere anche un mostro di impurità, che la città dovrà espellere come capro espiatorio per poter tornare pura. A un bvebo più profondo, Edipo è il testimone della insondabilità divina, e dunque della costitutiva duplicità della natura umana. Non viene qui sottolineato tanto il tema della colpa morale quanto l'impossibilità di dare dell'uomo una lettura univoca, e perciò la necessità di accettare che egli sia un plesso di contraddizioni insolubili. In Edipo, che è insieme il segnato e l'eletto, gli opposti si incontrano. E dunque, quando l'uomo, sulle orme di Edipo, tenta una domanda radicale su di sé, si scopre senza un'essenza definita, oscillante tra l'eguale a dio e l'eguale a nuba. Cosicché Vemant può concludere che la sua vera grandezza consiste proprio in ciò che esprime la sua natura di enigma: l'interrogazione». E' questa una conclusione cui, per altra via, giunge lo scrittore F. Diirrenmatt quando, nel racconto La morte della Pizia, Tiresia, rivolgendosi alla Pizia, dice: «Come io, che ho voluto sottomettere il mondo alla mia ragione, ho dovuto affrontare te che hai provato a dominare il mondo con la tua fantasia, così per tutta l'eternità coloro che reputano il mondo un sistema ordinato dovranno confrontarsi con coloro che lo ritengono un mostruoso caos». Come certe stoffe, siamo cangianti e nulla di definitivo può essere detto su di noi. Alla luce di questi pensieri, anche l'interpretazione freudiana del mito, che si ispira a un certo positivistico ottimismo, si ridimensiona da sé. Certo, l'oracolo (il cieco Tiresia o, per noi moderni, i sogni in (pianto veicolo dell'inconscio) ci dà dei suggerimenti, che però sono di incerta comprensione. In questo consiste però la loro ricchezza, a condizione di riconoscere la valenza positiva della frase di Eraclito, secondo cui «il signore, cui appartiene l'oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna». Del resto la cecità, cui anche Edipo approderà, indica l'appartenenza a un mondo di segni non riconoscibili dallo sguardo superficiale che appartiene alla vita diurna, quotidiana. Consiglio vivamente il bel bbro di Bettini e Guidorizzi, Il mito di Edipo. Si tratta - e mi riferisco soprattutto al contributo di Guidorizzi - di un saggio assai accattivante, proprio perché capace di restituire l'intreccio vertiginoso di temi che il mito evoca. Sebbene lo stbe piano e comunicativo faccia pensare a un intento divulgativo, in realtà la grande competenza e la sottigliezza con cui i dati offerti dalla mitologia e i problemi antropologici che vi sono connessi vengono analizzati, fanno di questo libro una sintesi efficace e molto nutriente dei tanti significati che, sullo sfondo della cultura greca, possono essere attribuiti al mito di Edipo e delle funzioni che svolgono le figure che lo abitano. Non ultimo motivo di interesse è l'apparato dei rimandi testuali alle fonti, la ricca bibliografia, l'appendice dedicata alle incarnazioni moderne del mito e, infine, l'iconografia (curata da S. Chiodi e C. Franzoni). Quanto istruttiva la differenza tra l'ex libris di Freud inciso da Luigi Kasimir, in cui Edipo fronteggia con ingenua determinazione una Sfinge che lo guarda con l'atteggiamento intento di chi conosce b futuro che lo attende, e i quadri di G. Moreau o di F. Khnopff, in cui una Sfinge-femme fatale sembra alludere a un femminile divorante e a un maschile inquieto e debole. Brividi della modernità, finis Austriae: Edipo perde la sostanza eroica, e noi possiamo immaginarlo frastornato e insieme risucchiato dai tonfi definitivi dell'orchestra malberìana. Peccato per gli errori di stampa. Una guida al celebre mito ne ripercorre significati interpretazioni e figure: la sua grandezza consiste nella permanente interrogazione, nulla di definitivo può essere detto sull'uomo Gustave Moreau, «Edipo e la Sfinge» Maurizio Bettini Giulio Guidorizzì Il mito di Edipo Einaudi, pp. 250. G18 SAGGIO