Pensieri in libera uscita.

Gli antichi Greci e l'interpretazione dei sogni.

di Oddone Camerana

L'Osservatore Romano
23 agosto 2013

Il mondo antico pagano era diverso dal nostro anche per il modo in cui si sognava. Probabilmente si sognava di più o vi prestava più attenzione, e Sinesio di Cirene (v secolo) nel suo testo sui sogni non trascura l'eventualità di sognare di dormire e di sognare di vedere un sogno. Si sapeva che il sogno usa l'alfabeto dell'inconscio, ma la sintassi utilizzata era quella della vita cosciente. E Argo che aveva cinquanta occhi per dormire ne aveva altrettanti per vigilare il via vai verso l'Ade. Tante conoscenze poi finite nell'oblio erano patrimonio diffuso. Era noto che quando c'è il sogno noi non ci siamo; che il sogno si colloca all'incrocio tra natura e cultura, una finzione che contiene verità, una terza forma di realtà dotata di una sua autonomia volitiva, una fessura tra due mondi dischiusa dal sogno stesso, una materia incoerente, il frammento di un linguaggio coerente, un tesoro sepolto. E, ancora, che la vita onirica era una specie di «spugna mentale che nella notte fa sgocciolare una parte di quanto è stato raccolto durante il giorno».

Un cenno particolare va fatto al rapporto tra il sogno e l'anima, dove il primo era considerato lo stato naturale di quest'ultima, e sognare era ritenuto una parte dell'essere che dischiudeva all'anima la via verso la più perfetta conoscenza dell'essere stesso.

Dormire, sognare, girovagare dell'anima in libera uscita dal corpo. In sogno si vedevano cose lontane e inesistenti, l'esperienza onirica apparteneva al pensiero fantastico, vi erano sogni doppi, multipli, sognati da più persone, sogni che s'incrociavano, sogni di destino: tutte cose che il bel libro di Giulio Guidorizzi Il compagno dell'anima. I Greci e il sogno (Milano, Cortina, 20I3, pagine 256, euro 21) offre fra tante altre notizie, insieme a un elenco di sogni che richiama un sapere oggi scomparso.

Si sa che il sogno impone il sonno e agli antichi non era ignoto che se la morte liberava l'anima in modo definitivo, il sonno la liberava solo provvisoriamente e che la morte momentanea, qual era il sonno, si popolava di forme e messaggi che si proiettavano nella memona ridestata. La contiguità tra sonno e morte era impersonata da Hypnos e Thànatos, i due fratelli della tenebra.

Se oggetto dei sogni era rivelare, guidare eventualmente verso un tesoro o la guarigione, non era escluso il rischio che sognare fosse una patologia diabolica per dare spazio all'azione dei demoni che avvolgevano la Terra. Si era affermata la nozione di un “popolo dei sogni”, di un mondo esterno, «una specie di corte dei miracoli dell'inconscio, di abitatori di un mondo liminare, dormiente come gatti in una grotta lunga e profonda dentro una montagna». Popolo dove ogni sogno diventava Sogno e, convocato dagli dei, riceveva un ordine: «Vai, Sogno funesto... », ordine che, conoscendo il suo mestiere, da figura plasmata da un dio, Sogno eseguiva. Stabilito che il sogno veniva da fuori e non (ancora) dall'inconscio - un sogno lo si vedeva, non lo si faceva - la distinzione che ne derivava segna la differenza tra l'antico e il nostro tempo.

I sogni descritti da Omero erano sogni oggettivi senz'anima ed è all'epoca di Platone che la psiche diventa il vero centro della vita di un essere umano ed entra nel sogno, come dice il titolo del libro di Guidorizzi, nella veste di compagno dell'anima. Nel sogno l'anima vede e rivela la zona oscura, scopre il rimosso di chi sogna e quanto esaspera la naturale dicotomia dell'io.

È sul luogo d'incontro tra cultura greca e cultura cristiana che la continuità tra paganesimo e cristianesimo - vedi i sogni di Costantino e di Perpetua - trova la sua sede dando vita ai santuari dove recarsi in pellegrinaggio per darsi ai sonni e ai sogni incubatori, curativi, miracolosi. Così affidarsi a sogni terapeutici, seguire una dieta sulla base del testo di Galeno Sulla dieta, ottenere da un sogno uno stato di salute come si trattasse di un' ecografia, guarire grazie a un sogno, dormire in un sepolcro e in un luogo sacro divennero un uso praticato, una dipendenza, una mania, una moda, una fede sostenuta dalla fiducia nel “dio che imparò la medicina” Asclepio, patrono del Santuano di Epidauro, anticipazione dei santuari di epoche successive (Lourdes?) o dei resort laici odierni del fitness.

Profondo conoscitore di Eric Dodds e del suo celebre I Greci e l'irrazionale, Guidorizzi concentra la sua attenzione su questa dimensione dello spirito citando in proposito i grandi autori dell'epoca classica: da Aristotele a Luciano a Ippocrate a Epicuro e Democrito, a Eschilo a Cicerone, a Tertulliano e Agostino, senza escludere Calderon de la Barca, per il quale questa parentesi che si chiama vita è un semplice sogno. Ma è soprattutto su Artemidoro e la sua Interpretazione dei sogni che Guidorizzi si sofferma a lungo allo scopo di delineare e definire il mestiere dell'interprete.

Perché si sogna? Per conto di qualcun altro? L'interprete dei sogni puntava il suo interesse sui sogni che usavano il travestimento per comunicare, i sogni allegorici che rappresentavano una cosa attraverso l'altra. L'interpretazione dei sogni faceva parte del sogno stesso e il miglior interprete era quello che sapeva meglio individuare le analogie nella foresta onirica, maestro della cui arte era Prometeo.

Stabilito che sogniamo nel momento in cui la nostra percezione del mondo si allenta e che quando c'è il sogno noi non ci siamo, che dire se la percezione del mondo richiesta non si allenta come pare succeda oggi? Che cosa è rimasto del grande Artemidoro, del suo manuale e del suo mestiere, se il divino pagano è stato sostituito dal divino cristiano, se al posto della divinizzazione della vittima c'è la sua incarnazione? Del grande Artemidoro è rimasta la sua erudizione, ma il sogno è scomparso. O meglio, dal sogno che veniva "visto" al sogno che veniva "fatto" si è passati al sogno che ognuno può “avere”, ma da sveglio come disse Martin Luther King. I have a dream!, senza bisogno di interpretazioni. Era il 28 agosto del I963.