Il Compagno dell’Anima.

I Greci e il Sogno.

Raffaello Cortina Editore

Il Foglio - Libri -
30 luglio 2013

“Il sogno è l'infinita ombra del Vero”, fa dire Giovanni Pascoli ad Alessandro Magno, nel poemetto che gli dedicò e intitolò “Aléxandros”.
Risuonano in quella frase l'importanza e il ruolo che gli antichi greci attribuivano allo spazio onirico. Uno spazio che era considerato tutt'altro che fittizio o semplicemente ingannevole: “Per tutta l'epoca antica il sogno rimase il luogo per eccellenza in cui realtà improbabili s'incontrano, comunicano, e talvolta si scambiano di posto”, scrive Giulio Guidorizzi all'inizio di questo suo recente saggio.

Docente di Letteratura greca a Torino e curatore dei due Meridiani Mondadori dedicati al mito greco, Guidorizzi spiega con dovizia di testimonianze come, da Omero a Platone, i greci “elaborarono una cultura del sogno molto raffinata, fondata su una sorta di gerarchia; accanto al sogno abituale, che compare in modo più o meno opaco ogni notte e un sognatore comune, stanno sogni speciali, via via più importanti e decisivi”. Quella cultura del sogno, così ricca e complessa, si è irradiata fino a noi.

Lo stesso padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, incardina simbolicamente la propria teoria su ciò che, nell'Edipo re, Sofocle fa dire alla regina Giocasta: “Non giacquero molti in sogno /con la loro madre? E vivono sgomenti /forse per i loro sogni? No, se vogliono /condurre la vita senza troppi affanni”.
Se il sonno è apparentato alla morte - secondo la “Teogonia” di Esiodo, Hypsos e Thanatos sono fratelli, generati per partenogenesi dalla Notte oscura - il sogno corrisponde a "una vita speciale", a “una morte inquieta, pullulante di vita”. La vita notturna lasciava tracce nella realtà e nella dimensione diurna, sotto forma di messaggi, premonizioni, rivelazioni, avvertimenti, consigli sulle scelte da fare.

Fondamentali, e in fondo legate tra loro sono, per i greci, la funzione oracolare e quella terapeutica del sogno. Il quale portava indicazioni sul futuro - guariva dal dubbio, si potrebbe dire - ma anche guarigioni vere e proprie. Lo testimonia il culto di Asclepio e la fama dei suoi santuari, il più importante dei quali era quello di Epidauro (ma anche nel cuore di Roma, sull'Isola Tiberina, si trovano le vestigia di un tempio dedicato ad Asclepio, dove ci si addormentava sperando di risvegliarsi guariti, dopo aver sognato il dio. Non è un caso, se quello stesso luogo, dalla più remota antichità, non ha mai smesso di essere sede di ricoveri per gli ammalati, fino all'odierno, moderno ospedale). Alle varie funzioni del sogno, il mondo greco dedica termini ben modulati.

Fu Artemidoro, autore nel II secolo di un celebre trattato sull'interpretazione dei sogni, a illustrare le due fondamentali categorie di “enypnion” - il sogno comune, non profetico - e di "onár" (da cui deriva l'aggettivo “onirico”), cioè il sogno che potenziava la mente, rendendola presaga di eventi futuri. Onár è “il sogno significativo - spiega Guidorizzi - durante il quale la mente addormentata manifesta poteri ignoti a quella cosciente, arrivando a spingere lo sguardo sugli eventi futuri di cui è presaga”. All'enypnion Artemidoro apparentava il “phantasma”, l'incubo allucinatorio; nella sfera dell'onár collocava invece "hórama", la visione che si manifesta al confine tra veglia e sonno, e “chrematismós”,il sogno oracolare, la risposta divina veicolata dal sogno.

È un viaggio appassionante, quello che dai sogni raccontati nei poemi omerici ci conduce fino a Platone. Con lui, il sogno diventa ciò che ancora intendiamo: “Il compagno dell'anima; un compagno segreto, ma inseparabile”. Le immagini prodotte dalla mente quando il sonno, fratello della morte, sembra possedere la persona, “paiono la prova certa del fatto che l'anima (o 'psyché'), 'ha in sé qualcosa di divino', come diceva Socrate”.