Ali d’amore e di violenza

Per i greci le passioni erano un mistero ma la grande letteratura nacque da lì.

di Mauro Bonazzi

Corriere della sera
13 novembre 2017

A Bookcity Milano. Mauro Bonazzi e Giulio Guidorizzi discuteranno di passioni fra gli antichi greci. Qui le domande del filosofo (Bonazzi) al grecista che è anche autore del recente volume «I colori dell'anima. I greci e le passioni», Raffaello Cortina editore.

Al centro del mondo, per i Greci, c'era l’oracolo di Delfi: Conosci te stesso. Non è un'esortazione inutile. Siamo sicuri di sapere chi siamo? Ci crediamo razionali: ma quante volte succede il contrario, e scopriamo dentro di noi forze e impulsi che non credevamo di possedere? Noi siamo anche le nostre passioni, e non sempre la scoperta è piacevole.

«Conosci te stesso presenta in due parole le questioni fondamentali, a partire da quella della conoscenza. La scienza ci ha insegnato che la conoscenza si realizza attraverso procedimenti razionali. Certo, così avviene nel mondo fisico. Ma siamo sicuri che sia l'unica forma di conoscenza possibile? Quando si passa al mondo psicologico o emotivo, da fuori di sé all’io, quando si arriva alle passioni, all'ispirazione di un poeta o alle intuizioni di uno psicanalista, quegli strumenti non servono. Perciò è lecito chiedersi se conosciamo solo con la ragione, e quale parte ha la coscienza nel conoscere. Esiste anche un'altra forma di conoscere? Questo dilemma i Greci se lo sono posti e hanno cercato di rispondere con tutti i mezzi: con la ragione (scienza, filosofia, storiografia) o con l’immaginazione e le parole dei poeti; con i loro miti».
   E il «te stesso»?
«È la questione delle questioni, che tocca ognuno di noi e per questo piaceva a Socrate: fin dove si estende il te stesso? Apollo forse lo sapeva, noi ancora no. Fino a dove spostiamo i confini della coscienza?».

   In una società dominata dai maschi sorprende l'attenzione dedicata alle passioni femminili. Clitennestra che uccide il marito; Antigone che viola le leggi della città, Medea che uccide i figli.

«È vero ed è strano: la tragedia era scritta da maschi, recitata da maschi davanti a un pubblico di maschi in una città governata da maschi. Eppure i maggiori personaggi tragici, quelli che più ci commuovono,sono donne. Forse è perché quando si scrive, si scrive guardando l'altro. Nella tragedia vediamo le donne ribollire di passioni, sfidare il sistema, entrare in un mondo di trasgressione e di disordine. Forse era questo ciò che volevano gli Ateniesi (maschi) a teatro: conoscersi attraverso le passioni immaginate nelle donne.
   Rabbia e collera, ma anche ansia di affermazione di se stessi, sembrano invece caratterizzare l'universo maschile, ieri come oggi.
«È il mondo di Omero, soprattutto, come nel verso dell'«Iliade» in cui il padre esorta il figlio perché sia sempre il primo tra tutti. Essere i primi è stressante, e non si può fare senza passioni».

   La storia di Antigone, ossessionata dall'Ade, insegna invece che le passioni intrattengono un legame, oscuro ma fondamentale, con la morte.
«Sono come i due poli di una calamita: eros e thànatos, l'istinto di vita e l'attrazione verso la distruzione. Nelle passioni ci sono entrambi: due amanti che si abbracciano e Clitennestra che affonda il pugnale nel corpo di Agamennone sembrano all'opposto, invece il movimento dell'anima verso l'affermazione totale di un proprio impulso è la stessa. Antigone, quanto a lei, ha una passione che la divora e non è tanto la giustizia quanto la volontà di tuffarsi nella morte, di confondersi con i suoi morti, il padre, la madre, il fratello. Ricorda certe pagine del Gattopardo: il principe di Salina corteggia la morte per tutta la vita, e poi quando arriva c'è molto di erotico nel suo abbandonarsi alla morte, una bella donna che lo attende sin da quando è nato».

   I filosofi hanno sempre guardato con sospetto alle passioni. Le pagine più belle sono però in Platone …
Sì. Poche pagine sono più illuminanti di quelle che Platone scrive nel Simposio, quando immagina due amanti che vorrebbero essere fusi in un solo corpo. Credo che Platone considerasse l’essere umano come un conglomerato di passioni e di eros. Poi forse ne ha avuto paura e ha cercato di eliminarle. Non so se amasse l'uomo così come è, Platone: lo voleva cambiare. Ma per cambiarlo ha dovuto conoscerlo sino in fondo, non senza delusioni. Provo tristezza pensando all'ultimo Platone, che aveva perso i colori che illuminavano il primo.
   Le passioni, però, non sono sempre e solo negative.
«Quanta sofferenza si trova nell'amore, ma anche quanta energia! Lo diceva Saffo: è una belva dolceamara che sempre scuote. Però Saffo dell'amore non poteva fare a meno. All'inizio del libro cito un'immagine da Tolstoj: una vecchia quercia che non crede più alla primavera. Però la primavera c’è!».