Il sogno?

Abito su misura per l'uomo, dai Greci a noi.

di Roberto Mussapi

Avvenire
27 luglio 2013

Il grande Borges scrisse e ribadì che i libri immortali sono quelli consistenti nel racconto di un sogno: non quindi alcuni sopravvalutati libri novecenteschi maturati dal freudiano psicanalitico lavoro di vivisezione del sogno (uno per tutti, l'illeggibile Ulisse di Joyce), ma quelli creati e sussurrati dal sogno, come le storie di Stevenson, Kipling, Dickens, Omero, Dante ...

Il sogno non è causa o concausa della meraviglia poetica, ma ne è realtà consustanziale: esattamente come nei confronti della realtà. Da tempo sarebbe il caso di ribadire che in tal senso la psicanalisi di Freud non ha affatto scoperto la realtà del sogno, ma ne ha semplicemente proposto una nuova interpretazione.

Ma che il sogno fosse stoffa della vita lo sapevano e scrivevano Shakespeare e Platone: «noi siamo fatti della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni» è l'affermazione di Prospero nel capolavoro di Shakespeare, La tempesta, non è un estratto da Domenico Modugno. La contrapposizione di sogno e realtà è appunto da canzonetta o da falsa poesia, melensaggine, luogo comune: Calderón, come Dante, sa che la vita è sogno. Un sogno in cui si può scendere agli inferi e risalire alla luce, non un giochetto da cantautori.

I greci conoscevano e praticavano questa realtà del sogno, supremamente. Tesi a leggere razionalmente il mondo, avevano una visione complessa della razionalità, che si manifesta nell'inventore della dialettica: Socrate discute, dialoga, ma accetta la morte in virtù di un sogno, un bianco uccello che gli fa intuire la realtà ultraterrena. La colpa del Persiani, nella tragedia di Eschilo, è di avere violato le sacre leggi delle acque, costruendo un ponte di navi sull'Ellesponto: un sacrilegio che è intuito prima dai sogni della regina, a corte, poi svelato dal fantasma del re morto, evocato. Il buon re Dario anticipa il padre di Amleto, che in visione svelerà la verità del regno di Danimarca al figlio.

La cultura occidentale tende a relegare il culto del sogno ai mondi "primitivi" (termine antropologico, non certo sprezzante), od orientali (i poemi indiani, il culto dei morti egizio). Ma dimentica che è essa stessa nutrita dal sogno prima, molto prima che dalla logica aristotelica. Chi voglia avvicinarsi al sogno nella sua forma occidentale, dalla sua culla greca, deve leggere il bellissimo Il compagno dell'anima. I Greci e il sogno, di Giulio Guidorizzi, che ripercorre il rapporto dell'uomo con il sogno da Omero, Artemidoro, fino alla tradizione platonica.

Questo libro, che ricrea la sintonia drammatica tra uomo e sogno percepita e espressa dai greci, viva e presente nella grande anima poetica europea da Coleridge a Baudelaire a Yeats, è uno dei punti fermi per la conoscenza dei "fondamentali" della nostra coscienza di costola greca, accanto al da me a suo tempo recensito e sempre lodato e ringraziato Il rovinoso incanto di Loredana Mancini, sul mito di Sirena. Il libro di Guidorizzi è dedicato a Dario Del Como, precocemente scomparso, e già la dedica al grande maestro di grecità e anima, è garanzia del valore dell' opera.