Eracle

Il racconto del Messaggero (versi 922-1015)

MESSAGGERO

Davanti all’altare di Zeus erano pronte le offerte per purificare la casa. Il corpo del tiranno, Eracle l’aveva fatto gettare sulla strada, fuori dal palazzo. Vicino a lui era schierato il bellissimo coro dei figli, e suo padre, e Megara. Attorno all’altare era stato portato il sacro canestro e noi intonavamo un canto di preghiera quando il figlio di Alcmena, mentre stava immergendo un tizzone nell’acqua lustrale, si fermò, gli cadde la voce.

Rimase a lungo in silenzio e i figli volsero lo sguardo verso di lui, ma Eracle non era più lo stesso di prima: fuori di sé, roteava gli occhi iniettati di sangue e la bava gli colava sulla nobile barba.

E parlò, in mezzo a scrosci deliranti di risa: “Padre, perché mai dovrei compiere questa purificazione prima di avere ucciso Euristeo? Sarebbe una fatica doppia, mentre in un solo colpo posso mettere le cose a posto. Porterò qui la testa mozza di Euristeo, poi purificherò le mie mani anche degli uccisi di ora. Versate via l’acqua lustrale, gettate il canestro. Datemi l’arco e un’arma in mano. Voglio andare a Micene, bisogna che porti con me spranghe e leve per smantellare con ferri ricurvi le mura che i Ciclopi innalzarono con squadre e livelle”. Voleva dirigersi là, e pur non avendo un carro gli pareva di averlo: fece come se montasse su un cocchio e faceva i gesti di chi regge le redini e sferza i cavalli.

Lì vicino noi servi eravamo divisi tra riso e terrore e così l’uno sussurrava all’altro, guardando di sottecchi: “Il padrone sta scherzando con noi oppure è impazzito?” Lui intanto galoppava su e giù per la casa; giunto nel mezzo della sala dichiarò che era arrivato alla città di Niso, Megara, entrò in una stanza più interna, si sdraiò per terra e si preparò un finto pasto. Dopo pochi istanti gridò che ormai si trovava nelle valli boscose dell’ Istmo; si tolse il mantello e nudo simulò alcune prese di lotta - ma davanti a lui non c’era nessuno! - poi intonò il canto per la vittoria agonale, proclamando che tutti dovevano udirlo.

Cominciò a gridare con voce profonda minacce contro Euristeo: a suo dire, era arrivato a Micene. Suo padre gli sfiorò la mano possente e gli disse: “Figlio, che ti succede? Come mai sei così alterato? Forse ti fa delirare il sangue versato dei morti che hai appena ucciso?”

Egli credette che parlare fosse il padre di Euristeo che, pieno di terrore, veniva a supplicarlo e a toccargli la mano; lo spinse via, afferrò la faretra e le frecce e si preparò a uccidere i suoi figli, credendo che fossero di Euristeo. E quelli, folli di terrore, correvano di qua e di là, uno si aggrappava alla veste della povera madre, l’altro si nascose dietro una colonna, l’altro si rifugiò sopra l’altare, come un uccellino. La madre gridò: “Tu che sei padre, che fai? Vuoi uccidere i figli?” E gridavano anche Anfitrione e lo stuolo dei servi.

Ma lui fece il giro intorno alla colonna con passo terribile, gli si parò davanti e lo colpì nel fegato: e il ragazzo rotolò a terra supino,morendo, il suo sangue schizzò sul marmo della colonna. Eracle diede un urlo di gioia e trionfo: “Ecco uno dei cuccioli di Euristeo che muore e così mi ripaga l’odio di suo padre!” Subito dopo punta l’arco contro il secondo, che si era rimpiattato sotto lo zoccolo dell’altare, nel tentativo di nascondersi; si getta ai suoi piedi, gli tocca col gesto del supplice le ginocchia e la barba, dicendo: “Papà, non uccidermi, sono tuo figlio, tuo figlio, non stai ammazzando quello di Euristeo!”

Ma lui strabuzzava lo sguardo come una Gorgone e poiché il bambino era troppo vicino per potere essere colpito con l’arco, come fa il fabbro col maglio gli calò sulla testa bionda la clava e gli spezzò le ossa del cranio. Così, dopo avere ucciso il secondo, si avventa sulla terza vittima per immolarla, ma l’infelice madre lo afferra, lo porta con sè nella stanza più interna e sbarra la porta. Eracle, come se fosse davanti alle mura ciclopiche, scalza i battenti, li svelle, sfonda la porta e con un’unica freccia trapassa il figlio e la madre.

Allora si slancia sul vecchio, deciso ad ucciderlo, ma d’improvviso apparve l’ombra di Atena - così ci parve - che agitando l’asta e squassando il cimiero dell’elmo scagliò un macigno contro il petto di Eracle.

Così trattenne la sua follia e lo precipitò nel sonno: piomba a terra, battendo la schiena contro una colonna che si era spezzata alla base quando era crollata una parte del tetto. Noi interrompemmo la nostra fuga e insieme al vecchio gli legammo strette le braccia dietro la colonna, perché, passato il sonno, non continuasse a dar corso alle sue azioni.

Così lo sventurato dorme un sonno non certo beato, lui che ha ucciso i figli e la moglie, e io non so se tra gli uomini ne esiste uno più infelice di lui.